Dame Maggie Smith torna a teatro in un’opera che racconta la vita di Brunhilde Pomsel.

The things you can’t remember, the things you’ll never forget.

Dopo dodici anni di assenza, Maggie Smith torna sui palchi londinesi con la play A German Life, in cui dà volto a Brunhilde Pomsel, una delle segretarie del ministro per la propaganda nazista Joseph Goebbels. Il drammaturgo Christopher Hampton trae lo script dall’omonimo documentario del 2016 in cui la Pomsel, seduta davanti alla macchina da presa, racconta la sua storia.

Mentre nel documentario Brunhilde appare davanti ad un neutro sfondo nero, la versione teatrale è ambientata in una modesta cucina (il set è realizzato da Anne Fleische). Il regista Jonathan Kent colloca la Smith al centro del palco, seduta. Dalla sua posizione, l’attrice si rivolge al pubblico per l’intera durata dell’opera, delineando la vita della Pomsel.

A soli sedici anni, Brunhilde inizia la sua carriera come segretaria in una casa di moda. Successivamente, trova impiego nell’ufficio dell’agente assicurativo Hugo Goldberg. In questo periodo, quando il fidanzato dell’epoca la porta ad un convegno nazista, avviene il primo contatto con il partito. Dell’esperienza la donna ha un ricordo negativo: “Dissi ad Heinz di non portarmi mai più a qualcosa di simile! E non lo fece. Sì, era un nazista e finì nelle SS. Ma non provò mai a parlare di politica con me […]”. Nel 1942, dopo aver lavorato alla radio tedesca, la Pomsel fu trasferita al Ministero della propaganda. Lì divenne la segretaria di Goebbels.

Nei confronti della politica e del nazismo la memoria della Pomsel viaggia su una doppia linea: se a tratti sembra conscia delle brutalità perpetrate dal partito, in altri momenti ne appare completamente ignara.

Quando la donna racconta di aver scoperto che l’amica Eva Löwenthal era morta ad Auschwitz nel 1945, è come se gli orrori del nazismo si manifestassero sul suo volto. Ma nel ricordare, spesso, la Pomsel sembra cercare una giustificazione: “Tutto quello che ho fatto per Goebbels è battere a macchina […] Quindi non potete farmi sentire colpevole”.

Come in ogni viaggio nella memoria, le immagini si sovrappongono dando vita a ricordi nebbiosi, ma anche ad episodi ben delineati: la Pomsel non è sicura del suo voto alle elezioni del 1932, ma descrive in maniera vivida il raid aereo alleato su Berlino del 1943. Il racconto del raid è uno dei momenti più coinvolgenti del dramma, reso magistralmente dai gesti e gli sguardi di Maggie Smith.

La Smith è infatti superba: nell’affrontare gli episodi più difficili della vita della Pomsel porta le mani sul volto, gesticola in maniera esasperata e tra una frase e l’altra esita. L’attrice vive ogni parola su di sé e la fa sua, travolgendo il pubblico in un vortice di ricordi. Se un’opera teatrale è quasi sempre una sinfonia di voci e personaggi, qui la Smith è protagonista di un assolo e la sua voce diventa l’unico strumento di questa sonata drammatica.

Anni fa ho avuto la possibilità di conoscere dei sopravvissuti allo sterminio di Sant’Anna di Stazzema. Per molti aspetti l’esperienza teatrale di A German Life, grazie alla magistrale interpretazione della Smith, ha rievocato le sensazioni che provai nell’ascoltare quelle dolorose testimonianze.

Anche se con la conclusione dell’opera non ci sentiamo pronti a giudicare le azioni della Pomsel, ricordiamo ancora una volta che il periodo raccontato è stato il più brutale nella storia dell’umanità.

Photo credit: Evening Standard

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