Dopo The American Clock, l’Old Vic mette nuovamente in scena un dramma di Arthur Miller con All My Sons.

C’è qualcosa nei dialoghi di Arthur Miller che ha il potere di parlarmi: il drammaturgo riesce a scuotere la mia sensibilità e attraverso le sue opere trovo risposte. Ciò che provo quando assisto ad un dramma di Miller è inimitabile e per quanto li ammiri, non riesco a trovare un simile coinvolgimento né in Tennessee Williams, né in Eugene O’Neil.

Sarà forse perché Miller parla ad ognuno di noi arrivando dritto al cuore. La sua è una prosa che ritrae lo scorrere della vita, senza mediazioni stilistiche. Il drammaturgo ci presenta per quello che siamo: esseri fragili alla ricerca del proprio destino nel caos del mondo. In Miller però, spesso la ricerca diventa vana e i personaggi rimangono smarriti nell’oscurità.

In All My Sons così come in Death of A Salesman, Miller dipinge famiglie che sembrano incarnare l’American Dream, ma il cui sogno è macchiato dalle insicurezze e debolezze dei padri. I pater familias dell’opera milleriana sono ancorati ad una realtà che si sgretola davanti ai loro occhi: compiono sacrifici e sbagliano in modo irreparabile, credendo di salvaguardare la famiglia e garantire un futuro dignitoso ai figli. Ma il loro agire rende i figli disillusi e sconfitti. Il Chris di All My Sons e il prodigioso Biff di Death of a Salesman, finiscono per odiare il proprio padre, perché ne scoprono un lato di cui ignoravano l’esistenza. O che forse tentavano di negare.

I Keller al centro di All My Sons hanno perso il figlio Larry in guerra e la madre rifiuta di riconoscerne la scomparsa. L’altro figlio, Chris, intende sposare Ann Deever, un tempo fidanzata con Larry. Joe Keller è apparentemente un padre e marito ideale; possiede un business che lascerà in eredità a Chris. Durante la guerra però, Joe era stato accusato di aver prodotto materiale difettoso per gli aerei da combattimento americani: molti piloti erano morti. Keller si era discolpato dichiarando di non essere presente quando i pezzi erano stati inviati. A scontare la pena in prigione è il partner in affari Steve Deever, padre di Ann.

Nella produzione di Jeremy Herrin, Bill Pullman e Sally Field interpretano rispettivamente Joe e Kate Keller. Pullman dona al suo personaggio un fare solo apparentemente tranquillo; qualcosa lo tormenta interiormente e la sua calma nell’affrontare l’arrivo di Ann è solo una maschera. La Kate di Sally Field non accetta la morte del figlio perché, così facendo, renderebbe il marito colpevole. L’attrice è sorprendente nel ritrarre un personaggio afflitto dal senso di colpa, ma che non si sottrae ai doveri di moglie e madre.

All My Sons Sally Field Bill Pullman
Sally Field e Bill Pullman in ‘All My Sons’.
Photo credit: Johan Persson

Colin Morgan nel ruolo di Chris, impersona perfettamente il giovane idealista che ricorre frequentemente nell’opera milleriana. Chris non vuole ereditare il business del padre, ma desidera trasferirsi a New York con Ann. Il giovane intravede un futuro al di fuori degli schemi prefissati e vorrebbe lo stesso per chi lo circonda. Quando entrerà in scena George Deever, fratello di Ann, l’idealismo di Chris verrà incrinato in modo permanente.

In All My Sons, i due atti divergono nei toni e nella prima parte si delineano i tasselli che gradualmente porteranno al climax finale. Tutto è ben calibrato, ogni colpo di scena, dialogo e monologo, ma niente può prepararci alla sorte che Miller riserva ai suoi protagonisti. Con la conclusione dell’opera, questa frase del drammaturgo appare su uno schermo: “The truth, the first truth, probably, is that we are all connected, watching one another. Even the trees”. Nel ritrarre il dramma dell’uomo comune, Miller ci rende partecipi, raccontando di un dolore che si manifesta in tutte le esistenze. E i temi che affronta non conoscono barriere di luogo e tempo.

Lasciando il teatro intravedo un gruppo di studenti; una di loro si asciuga lacrime di commozione dal volto. Sebbene All My Sons sia un dramma del 1947, le sue parole immortali hanno ancora la forza di risuonare nelle anime di tutte le età.

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