Le due stelle del Rock risplendono sullo stesso palco.

Negli anni ’70 un concerto che prevedeva nella stessa line-up Bob Dylan e Neil Young, sarebbe stato un evento imperdibile per gli amanti della musica. Anche nel 2019 però, l’atmosfera che si respira fin dalle prime ore del pomeriggio ad Hyde Park, è quella di una giornata che diventerà leggendaria. Una marea di t-shirt con il volto di Dylan e Young colorano la platea del parco londinese; il pubblico – formato da persone di tutte le età – è carico di aspettativa. D’altronde non capita tutti i giorni di vedere due leggende sullo stesso palco.

Il primo artista in cartellone è Sam Fender, un giovane cantante di Newcastle, che dichiara la propria incredulità nel prendere parte a questo evento: “Racconterò ai miei nipoti di questa giornata!” ripete meravigliato il cantante. È un buon inizio, per quello che sarà un continuo crescendo.

Con l’entrata in scena di Cat Power, il livello si alza notevolmente. La musicista è reduce dal successo dell’ultimo LP Wanderer e da un cambio di etichetta, dopo che la Matador Records non aveva ritenuto l’album un buon prodotto. Le canzoni di Cat Power trasportano il pubblico lontano da Hyde Park, verso un luogo indistinto dove il cielo si tinge di un magnifico arancione. Quella della cantante è una musica crepuscolare che si insinua nei nostri lati più nascosti. La Power (il cui vero nome è Chan Marshall) è supportata da un’ottima band, ma è la sua voce calda e quasi vecchio stile a prevalere su tutto. Quando intona Song To Bobby ci riconosciamo in quelle parole che, neanche a dirlo, sono dedicate a Dylan. Il cammino verso le due leggende si fa sempre più nitido.

Il compito di salire sul palco poco prima di Neil Young è affidato a Laura Marling. È stupefacente vedere oggi questa musicista, che ha iniziato la sua carriera con il gruppo Noah and The Whale, per realizzare in seguito acclamati album solisti e arrivare finalmente fino allo scenario di Hyde Park. La Marling propone uno dei suoi pezzi migliori Devil’s Spoke all’inizio del set e prosegue con brani tratti da Once I was an Eagle, Semper Femina e Short Movie. Nella sua performance si intravedono le ombre di chi le seguirà sul palco.

Ed ecco materializzarsi davanti alla platea di Hyde Park, Neil Young e i Promise of the Real. Quando Young aveva calcato lo stesso palco nel 2014, i presenti lamentavano l’assenza dei brani più famosi dalla setlist. Nel concerto di questa sera non è così: con l’esecuzione di Alabama e Walk On, Young attinge dal suo repertorio più noto e la platea acclama ogni riff e assolo. Alle sue spalle una scenografia minimale, fatta da un telo degli stessi colori del deserto e una scultura raffigurante un nativo americano. La musica di Young trova radice nella sonorità dell’adottiva West Coast, che raggiunse a soli 21 anni, e di cui stasera Hyde Park è invasa.

Alabama, tratta dal celebre album Harvest, live ad Hyde Park.

Quando Young imbraccia la chitarra acustica, lanciandosi in Heart of Gold e Old Man, la platea reagisce euforica, unendosi in coro al musicista. È un set maestoso, in cui ogni brano rappresenta un passo verso il climax che conclude il primo atto, quella Rockin’ in the Free World di cui Young ripete il ritornello numerose volte. La sua potenza è disarmante.

Rockin’ in the Free World live ad Hyde Park.

Il musicista canadese torna poco dopo per un encore che si apre con Like a Hurricane e si conclude con Piece of Crap. Con questo set, Neil Young reclama la corona di Re del Rock & Roll e il pubblico è pronto a concedergliela. Ma non è finita.

Nel regno del rock c’è un altro artista, che di indossare corone non ne ha mai voluto sapere, ma che di premi è stato insignito frequentemente. Bob Dylan si presenta sul palco di Hyde Park, non solo come membro della Rock and Roll Hall of Fame, ma anche come premio Nobel per la letteratura. Un riconoscimento che fu a suo tempo contestato: può un musicista essere considerato un poeta?

Dopo l’apertura con Ballad of a Thin Man, seguita da It Ain’t Me Babe, Highway 61 Revisited e Simple Twist of Fate, anche i più scettici lasciano cadere l’armatura: Bob Dylan è uno dei più grandi poeti viventi.

Le sue canzoni vivono di riferimenti al simbolismo di Rimbaud e alla spontaneità della Beat Generation; sono parole che colpiscono in qualsiasi veste vengano proposte. Ne è esempio la splendida versione eseguita stasera di Simple Twist of Fate, capace di far materializzare davanti ai nostri occhi gli scenari descritti da Dylan: vediamo l’incontro dei due amanti nel parco, il neon abbagliante dell’hotel e l’uomo che al risveglio si ritrova solo. Questo forte potere evocativo è rintracciabile soltanto nei maestri della parola.

Simple Twist of Fate live durante il mitico Rolling Thunder Revue.

Ciò che appare stupefacente è l’ennesimo travestimento di Dylan, diventato un vero e proprio showman che guida il pubblico in un viaggio attraverso le tante fasi del rock. In alcuni momenti, come Thunder on the Mountain, Dylan sembra evocare lo spettro del suo idolo giovanile Little Richard. Con l’epica Like a Rolling Stone, un brano immortale che negli anni ha assunto l’importanza di poemi come Howl di Ginsberg e The Waste Land di T.S. Eliot, il pubblico esulta, estatico.

Like a Rolling Stone live ad Hyde Park.

Il magnetismo di Dylan – come ha sottolineato recentemente Joan Baez nel documentario Rolling Thunder Revue – non trova eguali e questa serata non fa eccezione. Dopo l’esecuzione di quella che è forse la canzone di protesta più nota, Blowin’ in the Wind, Dylan conclude il suo show con It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry. Poi abbandona il pianoforte, concedendosi per un breve momento all’acclamazione della folla. Il musicista sembra voler dire: sono io, la leggenda in carne ed ossa e posso ancora stupirvi.

Durante il set di Neil Young un membro del pubblico mi aveva detto: “C’è qualcosa di magico, no?” È questa sensazione che pervade la giornata; quella di trovarsi dentro un incantesimo dal quale non ci vorremmo più risvegliare. Un incantesimo composto da sette misteriosi ingredienti, chiamato musica.

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