Dopo anni di occasioni mancate abbiamo finalmente ascoltato John Grant.

Fu un mio amico, qualche anno fa, a parlarmi di John Grant incitandomi ad ascoltare Pale Green Ghosts. Eravamo sul finire del 2013 e nonostante la curiosità per questo nuovo artista, quello era l’anno di Reflektor degli Arcade Fire. John Grant, per me, poteva aspettare. Incontrai nuovamente il cantante americano leggendo il libro celebrativo dei quarant’anni di Rough Trade; ma anche in quel caso, le pagine dedicate a X-Ray Spex e Violent Femmes ebbero la meglio sul 45 giri di Grant in allegato al volume. Come spesso accade in questi casi però, in meno di una settimana è cambiato tutto.

Giugno 2019. John Grant è nella line up principale dell’All Points East Festival, dopo il suo set salirà sul palco l’headliner Bon Iver. Io sono tra il pubblico, reduce dall’incandescente ed emozionante performance di Ezra Furman. Mentre mi lascio andare al tanto temuto rituale da festival (lunga fila agli stand per una birra insapore), Grant appare sul palco. Dopo poco minuti, ha già catalizzato la mia attenzione. Vestito di nero, sul volto una striscia di trucco all’altezza degli occhi, Grant sembra un incrocio tra uno sciamano indiano e Michael Stipe.

L’elettronica dei suoi brani avvolge la platea del Victoria Park, fino a quando il cantante cambia registro e intona la ballad GMF (Greatest Motherfucker), accennando un movimento ondulatorio con le braccia. Il pubblico lo segue immediatamente, in un momento che ha qualcosa di magico.

GMF live al Saturday Night Show.

C’è una potente vibrazione nell’aria che continua quando Grant, seduto al piano, esegue Queen of Denmark. Mi torna in mente Father John Misty mentre cantava, con quella sua tipica ironia, Bored in the USA alla Roundhouse, qualche anno fa; i due musicisti si assomigliano molto. La musica di Grant ha però una vena di malinconia che neanche il costantemente depresso Joshua Tillman riesce a toccare.

Malinconico è un termine che si addice a John Grant, anche se forse è quasi riduttivo. Cresciuto nel Michigan e costretto a celare la sua omosessualità a causa di una famiglia fortemente religiosa, Grant trascorre l’adolescenza negando se stesso. Come molti altri prima di lui trova rifugio nella musica; ama il post-punk di Siouxie and the Banshees, i Cocteau Twins, The Cure e New Order. Ma se gli amici abbracciano le tendenze della New Wave con tanto di trucco e pettinature alla Robert Smith, il futuro musicista non può fare altrettanto. La famiglia non approva.

Appena ha l’opportunità, Grant fugge dalle costrizioni imposte dai genitori, andando a vivere in Germania. La sua abilità nell’apprendere lingue straniere (Grant parla fluentemente tedesco, russo e spagnolo) gli permette di restare in Europa per qualche anno. Al suo ritorno negli Stati Uniti decide di formare una band, gli Czars, con cui pubblica sei album. Ma l’inquietudine che il cantante cerca di controllare con alcol e droghe, si ripercuote sulla band. Gli Czars si sciolgono.

New York è la nuova meta del musicista dove, tra un lavoro saltuario e l’altro, continua a comporre musica. Grant riesce ad abbandonare l’alcol, ma la droga e la promiscuità sessuale continuano a dominare la sua vita; sono anni in cui tocca il fondo. La musica però torna nuovamente a salvarlo. Nel 2010, con l’aiuto della band Midlake, Grant incide il suo primo album da solista, Queen of Denmark per l’etichetta Bella Union (che aveva pubblicato anche gli album degli Czars). Amato da critica e pubblico, il disco è incoronato Album of the Year dall’autorevole Mojo.

Queen of Denmark live a Strongroom Sessions.

È quando Grant crede di aver finalmente ripreso in mano la sua vita che arriva lo shock peggiore: nel 2012, dal palco del Meltdown Festival di Londra, dichiara di essere risultato positivo all’HIV. Abituato ad una vita afflitta dalle difficoltà, il cantante decide che l’unica soluzione è andare avanti. A Queen of Denmark seguono Pale Green Ghosts in cui spicca la già citata GMF, Grey Tickles, Black Pressure e il recente Love is Magic. Nel 2019, Grant è ormai un musicista affermato e la sua performance ad All Points East, ne conferma l’unicità sulla scena musicale.

Della storia di John Grant, sono venuta a conoscenza dopo una settimana dal suo set al festival londinese. Eppure, mentre leggevo le sue interviste, non ero stupita. Le canzoni di Grant, con la loro onestà e umorismo tagliente, mi avevano già svelato tutto su di lui. Forse avrei dovuto ascoltare il cantante americano anni fa; in fondo però, credo che il momento giusto fosse questo. Con la sua esibizione, Grant mi ha ricordato come, attraverso la musica, è possibile ritrovare ciò che siamo veramente. E in una società come quella odierna, non è qualcosa di così scontato.

Photo credit: Bella Union

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