In attesa dell’uscita su Netflix e nei cinema di Marriage Story il prossimo 6 dicembre, esploriamo uno dei titoli più amati di Noah Baumbach.

Modern Love di David Bowie irrompe sulla scena mentre Frances corre e danza in una strada newyorkese; la macchina da presa la segue, catturandone la fresca spontaneità. È questa una delle immagini più memorabili di Frances Ha, sesto lungometraggio diretto da Noah Baumbach e scritto insieme alla protagonista Greta Gerwig.

Frances è una ballerina che vive a Brooklyn con la migliore amica Sophie. Le due sono legate da una profonda amicizia e condividono praticamente tutto. Il sottile equilibrio di Frances incontrerà degli ostacoli quando sarà costretta a separarsi da Sophie.

Se la storia alla base di Frances Ha è relativamente semplice, trova il suo punto di forza nella protagonista che Baumbach ritrae con un affetto tale da conferirle delicata umanità. Frances ha qualcosa della Annie Hall di Diane Keaton, ma è anche in qualche modo vicina ad ognuno di noi: ci immedesimiamo completamente nelle sue avventure urbane, nei suoi discorsi imbarazzanti e nella mancanza di direzione che scandisce la sua quotidianità.

Baumbach e la Gerwig colgono perfettamente quel senso di indecisione che percepiamo nella decade dei vent’anni, in cui procediamo con una certa inconsapevolezza e trascorriamo il tempo, che sembra essere diventato infinito, nel rifiuto più totale di ciò che gli altri si aspettano da noi. Questo stato confusionale si rivela però necessario per arrivare alla scoperta di noi stessi.

La vita è fatta di dolore e delusioni e Frances ne è consapevole. Quando Sophie l’abbandona a Brooklyn con un affitto da pagare (che è effettivamente una delle peggiori situazioni in cui ci si possa trovare a New York), la ragazza cerca di dominare il caos in cui piomba andando prima a vivere con due amici, tornando in seguito dai genitori e finendo per lavorare nel college che aveva frequentato pochi anni prima.

In preda al caos, Frances improvvisa anche un viaggio a Parigi, ma il girovagare in solitudine per i Boulevard della città non fa che accentuare il senso di smarrimento. Sarà un ulteriore incontro con Sophie ad essere decisivo: da quel momento in poi, la vita di Frances cesserà di essere guidata dal caso.

C’è un sentimento vicino al cinema della Nouvelle Vague che avvolge la pellicola, dato soprattutto dall’elegante bianco e nero e dal linguaggio vicino ai film di Truffaut Rohmer; Baumbach cita direttamente il cinema dell’autore di Jules e Jim impiegando, in alcune scene, le musiche del compositore Georges Delerue. Anche la storia, che mette in primo piano la vita di un personaggio femminile, si avvicina in questo senso a Cléo dalle 5 alle 7 di Agnès Varda.

Visto oggi, Frances Ha potrebbe essere letto come il proseguimento di Ladybird, scritto e diretto da Greta Gerwig. Come Frances, anche la Christine di Ladybird viene da Sacramento. È una ragazza un po’ inusuale, fortemente legata alla migliore amica e che, in conclusione al film, si trasferisce a New York per frequentare il college. Anche se in Frances Ha non viene fatto riferimento al passato della protagonista, potremmo idealmente immaginarlo attraverso gli avvenimenti di Ladybird.

Dopo aver realizzato pellicole fortemente autobiografiche come il debutto Kicking and Screaming The Squid and Whale, in Frances Ha Baumbach si concentra su un personaggio che è forse lontano dalle sue esperienze personali, ma in cui coglie aspetti che fanno parte di ognuno di noi. Ed è la non comune dote propria al regista di riuscire a tradurre sullo schermo certe sfumature della vita, a rendere Frances Ha e il suo cinema in generale, una preziosa interpretazione dell’esistenza.

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