Una riflessione sul 2018.

L’avvicinarsi della fine dell’anno spinge spesso a stilare delle liste. Dai migliori album musicali ai film più belli, siamo invasi da classifiche che propongono quanto di buono ci ha offerto l’anno che sta volgendo al termine. Queste top 10 non mi sono mai piaciute; perché relegare un anno in una classifica? Specialmente un anno che di buono non ha visto molto.

A partire dall’Italia travolta dalla crisi degli immigrati, passando per le famiglie messicane separate al confine con gli USA, fino ai recenti sviluppi della Brexit, sembra che la speranza di una convivenza pacifica tra individui sia sempre più lontana.

Per quanto si tenti di analizzare, contestualizzare o trovare ragioni agli eventi che si susseguono, i motivi sembrano essere sempre gli stessi; la mancata empatia tra persone, il rifiuto di capire o provare ad ascoltare, il voler pensare solo al proprio benessere e mai a quello del prossimo. Per questo motivo, non mi sento di proporre classifiche del 2018, ma di ricordare due momenti in cui le persone si sono unite, indipendentemente dalle loro origini e provenienze, per chiedere un futuro migliore. Gli eventi a cui mi riferisco sono quelli del 24 Marzo negli Stati Uniti e del 20 Ottobre nel Regno Unito.

La prima data risale al giorno in cui più di 800.000 ragazzi si sono ritrovati a Pennsylvania Avenue chiedendo una riforma sul controllo delle armi negli Stati Uniti. Di fronte al massacro della Marjory Stoneman Douglas High School, gli studenti non si sono accontenti dei tanti messaggi di cordoglio arrivati dai leader politici e dal presidente Trump. In poco tempo i giovani sopravvissuti, tra cui Emma Gonzalez, David Hogg e Alfonso Calderon hanno dato vita ad uno dei movimenti più significativi degli ultimi anni, Never Again. Dopo il walk out dalle aule del 14 marzo, cartelloni e striscioni hanno invaso Washington pochi giorni dopo.

La March for Our Lives è stata una delle più grandi proteste della storia degli Stati Uniti, come non si vedevano dai tempi del Vietnam. Anche se recentemente abbiamo letto spesso di persone scese in strada in segno di protesta, la March for Our Lives è stata forse la manifestazione più importante e allo stesso tempo disturbante. Importante, perché ha dimostrato come giovanissimi abbiano preso la parola, pronunciandosi contro il governo più potente al mondo. Disturbante, perché ragazzi di poco più di 15 anni sono stati costretti ad affrontare traumi che un essere umano non dovrebbe mai subire. Ma nell’era del terrorismo locale e mondiale, l’innocenza è ormai un lusso che in pochi si possono permettere.

March for Our Lives Washington DC 24 Marzo 2018
March for Our Lives, Washington DC, 24 Marzo 2018.
Photo credit: WTHI-TV

Nel 2018 sono ricorsi i 50 anni dal 1968, quando dilagarono proteste da Città del Messico a Praga, fino all’epocale Maggio Francese. Anche se, per gli ovvi cambiamenti nella società e nel costume, parlare di un’esatta replica del ’68 è avventurarsi un po’ troppo, potremmo dire che in quest’annata, o forse anche in questa decade, alcuni aspetti degli anni ’60 si sono ripetuti.

Il passato è il presente e anche il futuro. Anche se proviamo a negarlo, la vita non ce lo permette” afferma uno dei personaggi in Long Day’s Journey Into the Night di Eugene O’Neil. Questa battuta, seppur riferita nel dramma ad un contesto privato, è tanto potente da potergli attribuire un significato universale. Quanto sostiene O’ Neil è vero; ciò che succede nel passato finisce per determinare il presente e anche il futuro. In alcuni casi poi, il passato non si limita solo a determinare il presente; a volte un’epoca passata diventa specchio di un’altra e così situazioni paradossali tornano a disturbare il quotidiano, mentre problemi che sembravano risolti si manifestano nuovamente. Se dunque il passato è il presente, allora il disorientamento che stiamo vivendo oggi, non è altro che il riflesso dell’irrequietezza che i nostri predecessori avevano vissuto negli anni ’60.

Quando lo scorso 20 ottobre, più di 700.000 cittadini britannici e di altri paesi europei, hanno manifestato il loro dissenso nei confronti della Brexit, ho pensato alle immagini del marzo 1968, quando la folla invase Trafalgar Square per dimostrare contro la guerra in Vietnam. Se però 50 anni fa le persone si opponevano ad una guerra che segnava sì tutto il mondo, ma rimaneva geograficamente lontana, questa volta le proteste si rivolgevano ad un fatto interno al paese.

Nel corso dell’anno vi sono state numerose proteste contro la Brexit, ma quella del 20 ottobre ha visto una partecipazione senza precedenti. La marcia, partita da Park Lane per giungere fino a Parliament Square, è seconda nel numero di presenze solo a Stop the War del 2003, quando i cittadini si schierarono contro la guerra in Iraq.

Avendo avuto la possibilità di prendere parte alla manifestazione, sono stata colpita da come giovani, adulti e famiglie intere, siano arrivati nella capitale britannica, per dar voce al dissenso. In particolare, una famiglia con un cartellone con su scritto I love EU, ha catturato la mia attenzione. Li ho immaginati la sera prima, emozionati, pronti, con il loro cartello blu dalla scritta gialla. La loro determinazione era coinvolgente. Nella folla ho cercato il coraggio che non avevo più e dei volti sconosciuti me l’hanno restituito.

I Love EU Londra 20 Ottobre 2018
I Love EU, Londra, 20 Ottobre 2018.
© Foto Viola Pellegrini

Il 2018 è stato indubbiamente un anno difficile. Il passato si è ripetuto e come negli anni ’60, la folla è tornata in strada per opporsi alle assurdità del potere. Cosa aspettarsi quindi, dall’anno che verrà? Io credo che il futuro sia ancora da scrivere. Joe Strummer diceva without people you are nothing. Ad oggi queste parole risuonano più attuali che mai.

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