Disponibile per la prima volta, l’intero live di Joan Baez a Woodstock.

Se esistesse una macchina del tempo sceglierei, probabilmente, di visitare la decade dei ‘60s. C’è qualcosa in quegli anni che mi affascina particolarmente. Non saprei neanche da dove iniziare: la Swinging London, il Maggio Francese, Vanessa Redgrave che guida una protesta contro il Vietnam a Trafalgar Square, Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, Easy Rider e Blow Up. Culturalmente e socialmente i mitici 60’s sono inarrivabili. E non ho ancora citato Woodstock, di cui tra pochi giorni ricorrono i cinquant’anni.

Il festival più celebrato e criticato di sempre compie mezzo secolo e per l’occasione, Joan Baez ha reso disponibile il suo live sulle piattaforme di streaming. La Baez, che ha recentemente concluso il suo Fare Thee Well Tour, ci regala un’ulteriore testimonianza di quanto, nonostante le critiche, Woodstock fosse magico.

La cantante salì sul palco del festival nel cuore della notte, dopo una giornata segnata dalla pioggia; prima di lei si erano esibiti, tra gli altri, Richie Havens, Tim Hardin, Ravi Shankar e Arlo Guthrie. “È incredibile che siate ancora svegli, vi ringrazio” dice la Baez al pubblico. Immagino, con enorme invidia, ragazzi colti tra la veglia e il sonno, mentre ascoltano questa voce angelica che riempie la notte di Woodstock.

La voce di Joan Baez è già un potente strumento. Jeffrey Shurtleff accompagna la cantante nell’esecuzione di Drug Store Truck Driving Man e One Day at a Time, ma per il resto della performance ci sono solo Joan e la sua chitarra acustica. E l’effetto è quello di un’orchestra.

Durante l’esibizione la folla tace, rapita dalla Baez. Credo che oggi un tale coinvolgimento emotivo non sarebbe possibile: anche al recente concerto di Bob Dylan e Neil Young ad Hyde Park, c’era chi preferiva parlare, piuttosto che ascoltare la musica delle due leggende. Ormai siamo troppo abituati ad eventi di questo genere, in cui grandi nomi del mondo musicale si susseguono nella line-up. Ma nel 1969, vedere Joan Baez (e gli altri musicisti che vi presero parte) a Woodstock, aveva un significato.

Se nel 1965, Dylan rese celebre il Newport Folk Festival (è in quella sede che avvenne la famosa rivoluzione elettrica), Woodstock rappresentò l’apice dell’età dell’acquario. A suggerirlo era lo stesso poster promozionale: An Aquarian Exposition, 3 days of Peace and Music. Non intendo soffermarmi sui trip di LSD, sulle nascite (si dice che ce ne furono 2), i decessi (uno per overdose e l’altro accidentale) e sul fatto che l’area in cui si svolse il festival fu dichiarata disastrata. Dell’evento desidero ricordare la musica e in questo caso quella di Joan Baez.

Per quanto l’intera esibizione della cantante sia trascinante, c’è un momento che va ad elevarsi su tutto il resto. La Baez intona Swing Low, Sweet Chariot a cappella e la sua voce ci invade completamente; il brano annulla le barriere temporali, trasportandoci in quella notte così lontana, ma allo stesso tempo, così vicina. Con la chiusura del set, affidata a We Shall Overcome, ci ritroviamo, mezzo secolo dopo, a cantare il brano con la Baez. We Shall Overcome è un inno di pace che non conosce limiti generazionali.

Della performance di Joan Baez a Woodstock esisteva già un filmato, visibile nel celebre film del festival. Ma ascoltare il live evitando la distrazione delle immagini, ci fa sentire come se quella notte l’avessimo realmente vissuta.

All we are saying is give peace a chance” cantava John Lennon nello stesso anno in cui si svolse Woodstock. Le sue parole e quelle della Baez sono, ancora oggi, qualcosa di cui abbiamo immensamente bisogno.

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