Il nuovo film di Scorsese mette a fuoco un territorio familiare attraverso una lente inedita.

Dopo pochi mesi dall’uscita di Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story, Martin Scorsese fa il suo ritorno con The Irishman. E in questa nuova incursione nell’underworld dei gangster, Scorsese applica qualcosa dell’esperienza documentaristica: in The Irishman si percepisce una certa libertà narrativa, che il regista ha certamente assimilato attraverso il linguaggio del documentario.

The Irishman non è il solito film di genere in cui prevalgono spettacolari sequenze incentrate sulla violenza, ma sono i momenti riflessivi, in cui è studiata la psicologia dei personaggi, a caratterizzare la narrazione.

Tratto dal libro I Heard You Paint Houses di Charles Brandt, la pellicola ruota attorno al gangster Frank Sheeran e alla sua ascesa sociale nel mondo della mafia. Nel suo percorso, Sheeran incontra il boss Russell Bufalino che lo introduce al potente Jimmy Hoffa, allora presidente dell’International Brotherhood of Teamsters.

Alle loro spalle, scorrono eventi che – suggerisce il film – potrebbero aver visto il coinvolgimento della mafia: l’elezione e l’assassinio di JFK, la crisi di Cuba e l’uccisione del boss Joseph Colombo.

Scorsese non è però interessato ad indagare certi avvenimenti, il suo non è un film d’inchiesta. Qui l’obiettivo è esplorare il lato umano di soggetti votati al male e che operano contro la giustizia. Robert De Niro nella parte principale, incarna un uomo che rispetta gli ordini quietamente, capace di mantenere la calma anche negli episodi più terribili. Al suo fianco un imperioso Al Pacino nel ruolo di Hoffa, personaggio che non si piega al volere di nessuno, se non a quello di se stesso. Sarà la sua condanna. Orchestratore machiavellico degli intrecci tra boss è il Russell Bufalino di Joe Pesci, qui in un ruolo agghiacciante perché silenziosamente spietato.

The Irishman procede seguendo un montaggio (dell’usuale collaboratrice di Scorsese, Thelma Schoonmaker) che sembra dettato dal ritmo del rock ‘n’ roll. Se spesso celebriamo l’eccellente uso della musica nei film di Quentin Tarantino, il cinema di Scorsese non ha niente da invidiare a quello del maestro del pulp: anche qui, come nei titoli precedenti, Scorsese fa ampio uso di brani musicali, affidando a In the Still of the Night, una funzione da leitmotiv che incornicia le azioni dei personaggi.

Al ritmo sostenuto di alcune scene, si alternano momenti in cui a dominare è lo studio dei protagonisti. Di fronte alle sequenze in cui compaiono De Niro e Pacino siamo come trasportati in una delle grandi tragedie shakespeariane, ricordando i complotti del Riccardo III o i tradimenti del Macbeth.

De Niro, ispirandosi – sotto la guida di Scorsese – a certi ruoli interpretati da Jean Gabin tra gli anni 40’ e 50’, dà un volto possente e apparentemente impenetrabile a Sheeran. Ma la grandezza dell’attore sta nel dar voce al conflitto interiore del personaggio non per mezzo di digressioni verbali, ma attraverso lo sguardo.

Perché se le azioni di Sheeran trasudano freddezza, sono i suoi occhi a tradirlo mentre compie certi crimini, portando alla luce la verità. E di fronte al tormento dell’uomo, non possiamo che provare una forma di commiserazione. Frank Sheeran è un adepto del male, perché nella sua vita non ha conosciuto altro.

Lo stesso accade, in un certo senso, nei confronti del Jimmy Hoffa di Pacino. Se la morale impone un sentimento di disprezzo nei suoi confronti, quella che finiamo per provare è pietà.

Questo ribaltamento della percezione è dato dalla grande prova dei due attori, ma anche dalla macchina da presa di Scorsese che non giudica le azioni di Sheeran e Hoffa, ma le riporta fedelmente, tratteggiandole per quello che sono: gli atti di uomini che cercano di sopravvivere nel ruolo che gli è stato assegnato.

Più che una storia di gangster, The Irishman è quindi un malinconico affresco su due esseri umani, studiati nelle loro debolezze e visti attraverso la lente di uno dei più grandi registi che il cinema abbia mai conosciuto.

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