Un viaggio all’interno dell’eccezionale eredità artistica di Pablo Picasso.

Pablo Picasso ha segnato i suoi contemporanei così come le generazioni successive: si pensi al disegno “Artist and Model” di David Hockney, dove il pittore inglese si ritrae in compagnia del maestro spagnolo, o all’opera di Jean-Michel Basquiat in cui il nome dell’artista è ripetuto in maniera quasi ossessiva. Prolifico fino all’inverosimile, Picasso si serviva di varie risorse per creare; dai tradizionali colori ad olio, all’incisione, fino alla carta. È questo ciò che emerge visitando “Picasso and Paper” alla Royal Academy di Londra: l’esposizione è un percorso sull’eccezionale eredità artistica lasciataci da Picasso.

Se nei primi dipinti parigini è riconoscibile l’influenza di Vang Gogh, Toulouse- Lautrec e Degas, le tele successive si distinguono per un intenso uso del blu, che conferisce ai soggetti un senso di sofferenza e malinconia. Sono di questo periodo l’autoritratto del 1901 e l’immenso “La Vie” (1903), in cui compare l’amico Carles Casagemas (in primo piano sulla sinistra), morto suicida nel 1901.

La Vie, 1903

Il blu dominante di inizio secolo lascia presto spazio ai toni più caldi del rosa che fa da sfondo a scene con personaggi del circo. Da questa serie non traspare però vitalità ed energia: come farà più tardi nel cinema Federico Fellini, i disegni sui saltimbanchi di Picasso mettono in evidenza una sorta di tristezza esistenziale. Le opere non trasmettono sentimenti gioiosi – a differenza di quelle sullo stesso soggetto di Seurat – ma proseguono, anche se in maniera più leggera, secondo la vena malinconica del primo periodo.

Sul finire degli anni ’10, Picasso si avviava verso un momento decisivo nel suo percorso artistico e nell’arte in generale: il completamento de “Les Demoiselles d’Avignon” (1907). L’abbandono della prospettiva tipica dei dipinti occidentali, della logica narrativa, la compressione spaziale e il volto delle donne ritratto imitando lo stile delle maschere africane, fanno sì che il quadro rappresenti una rottura nei confronti dell’arte realizzata fino a quel momento. “Les Demoiselles d’Avignon” è nella storia della pittura quello che “Sgt Pepper’s” rappresenterà più tardi nella musica moderna: un momento in cui la sperimentazione giunge all’apice, segnando un rivoluzionario punto di svolta.

Cinque Nudi (Studio per Les Demoiselles d’Avignon), 1907

Lo studio portato avanti per completare “Les Demoiselles d’Avignon” -visibile nei tanti sketch preparatori presenti nella mostra – sarà essenziale nello sviluppo del cubismo, metodo rappresentativo che aspirava a trasferire la tridimensionalità di una figura o di un oggetto nella bidimensionalità del dipinto. Picasso scompone e ricompone la superficie realizzando opere dalla vibrante vitalità, in cui diverse tecniche compositive si incontrano, come in uno spontaneo brano Jazz.

La versatilità di Picasso non si limitava soltanto alla tela: nel 1917, su invito dell’amico Jean Cocteau, ideò le scenografie e i costumi per “Parade”, un balletto con musica di Erik Satie e coreografia di Léonide Massine. Molte decadi dopo, anche David Hockney, sempre attento alla lezione del pittore spagnolo, lavorerà allo stesso balletto.

Costume per “The American Manager” (Parade, 1917)

A Picasso è attribuito il primo collage della storia dell’arte “Natura morta con sedia impagliata” (1912) e l’utilizzo del papier collé (ideato da Georges Braque) che prevedeva l’impiego di giornali, wallpapers e partiture musicali: la tecnica è visibile in “Chitarra” e “Violino” entrambe del 1912. La nascita della corrente surrealista influenzerà profondamente il lavoro di Picasso con la carta; ne è esempio l’opera del 1926 visibile nella mostra, in cui una chitarra è riprodotta attraverso oggetti che rimandano al feticismo tipico dei surrealisti.

Se la politica non era ancora entrata a far parte dell’immaginario di Picasso, il bombardamento della città basca di Guernica durante la guerra civile spagnola, lo spinse a cambiare idea. Nel 1937, l’artista portò a termine un dipinto monumentale per commemorare il tragico evento, la cui lavorazione fu immortalata dalle fotografie di Dora Maar. I fatti di Guernica scossero profondamente Picasso, tanto da fargli ritrarre il generale Franco con le sembianze di un grottesco omicida ne “Il sogno e la menzogna di Franco” (1937).

Il sogno e la menzogna di Franco, 1937

Durante l’occupazione nazista a Parigi si verificò una carenza di mezzi per dipingere, ma l’inarrestabile energia compositiva e il bisogno quasi viscerale di creare, portò Picasso ad utilizzare qualunque oggetto a disposizione per dar vita alle sue opere: disegnava su fogli di giornale e sui fazzoletti di carta. Da sempre affascinato dall’arte del passato – come dimostrano i quadri d’ispirazione classica in esposizione – nell’ultima parte della carriera Picasso produsse una serie di variazioni su “Colazione sull’erba” (1863) di Manet e “Donne di Algeri nei loro appartamenti” (1834) di Delacroix.

Variazione di “Colazione sull’erba”, 1960

A chiudere questo meraviglioso viaggio è l’autoritratto realizzato nel 1972, soltanto un anno prima di morire. Qui, il volto è reso attraverso sembianze quasi scheletriche, come a voler simboleggiare un dialogo con la morte. Nell’osservare il ritratto, siamo investiti da una forte potenza espressiva e per un attimo, è come se entrassimo direttamente in contatto con il misterioso genio di Pablo Picasso.

Autoritratto, 1972

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