Il regista messicano è cresciuto realizzando un capolavoro.

Credo che chiunque ami il cinema, nella sua vita di spettatore si sia, ad un certo punto, imbattuto nel lavoro di Federico Fellini. Qualcuno lo avrà amato, altri detestato, ma credo che di fronte all’opera Felliniana, l’indifferenza sia un sentimento impossibile da provare. Quando ho visto 8½ per la prima volta sono cambiata. Ho iniziato a chiedere di più al cinema. Se prima cercavo le storie di Steven Spielberg e Tim Burton, i film di Fellini mi hanno portata ad una sorta di svolta. Non che non continui ad amare i due registi americani; sono cresciuta con le loro pellicole e alcuni dei loro lavori hanno per me un significato che va ben oltre la celluloide. Fellini però è un’altra cosa, non superiore, ma diversa: un altro tipo di emozione.

In un certo senso, l’abbandono di territori fantastici in favore di storie più mature, è un processo riscontrabile nella filmografia di Alfonso Cuarón. Trovando la fama mondiale con Y Tu Mama También (2001), passando per il fantasy (e ben riuscito) Harry Potter and the Prisoner of Azkaban (2004), fino al thriller fantascientifico Children of Men (2006), Cuarón ha vissuto la sua fase fantastica fino ad arrivare al racconto maturo con Roma, Leone d’Oro al 75esimo Festival di Venezia. Un passo verso l’età adulta, il regista lo aveva già compiuto con Gravity (2013), ma l’ambientazione spaziale della storia, relegava ancora la pellicola in quella dimensione fantastica, che per quanto affascinante, mancava di qualcosa.

È con Roma che Cuarón dimostra le sue capacità narrative intrecciando sapientemente importanti episodi della storia messicana (come il massacro del Corpus Christi) alle vicende di una famiglia borghese e della domestica Cleo, nelle Mexico City degli anni ’70. Nel raccontare questa storia molto personale, Cuarón inserisce degli elementi dal sapore felliniano, non riscontrabili nella sua precedente filmografia. C’è un ricordo de La dolce vita nella diegetica a episodi e la scena del guru che appare davanti ai ragazzi mentre si allenano nelle arti marziali, fa eco a certe trovate felliniane (e nel cinema contemporaneo potremmo dire anche sorrentiniane).

L’influenza di Fellini è però soprattutto riscontrabile nella vicenda di Cleo che per alcuni aspetti ricorda molta la protagonista de Le Notti di Cabiria. Come Cabiria, Cleo è una donna alla ricerca di sé che viene maltrattata dagli uomini della sua vita. Entrambi i personaggi vanno incontro a delusioni e problemi che sconfiggerebbero chiunque. Cabiria e Cleo, al contrario, non si danno per vinte: dopo lo svanire del dolore (se è svanito), le donne si rimettono in piedi e vanno avanti.

Nei rispettivi finali, Cabiria sorride, Cleo non fa altrettanto; le servirà più tempo per riprendersi. In ogni caso, la speranza e soprattutto la forza dei due personaggi, chiudono magnificamente le due pellicole. Nell’allontanarsi da una poetica cinematografica familiare, il regista affronta così un racconto maturo, attingendo più o meno consapevolmente dall’universo felliniano.

Dopo la visione di Roma, rifletto sull’interessante percorso cinematografico di Alfonso Cuarón; mi chiedo se anche il regista si senta ora parte di quel gruppo di spettatori che non hanno smesso di amare la storia di un piccolo alieno smarrito sulla terra, ma semplicemente, sono rimasti altrettanto affascinati da uno scrittore disilluso che incontra lo sguardo di una bambina su una spiaggia.

Photo credit: Instagram di Alfonso Cuarón

error: