La coinvolgente opera teatrale sulla crisi degli immigrati a Calais.

Come reagire quando ci si sente impotenti di fronte alle notizie provenienti dal proprio paese o da qualsiasi altre parte del mondo? Si va a teatro, per riflettere, per cercare una risposta e per lasciarsi coinvolgere da una storia importante.

Dopo il successo riscosso allo Young Vic, The Jungle, scritta da Joe Murphy e Joe Robertson e diretta da Stephen Daldry e Joe Martin, ha avuto il meritato trasferimento nel West End con un run al Playhouse Theatre. Come allo Young Vic, il parterre del Playhouse è totalmente occupato dalla scena; non vi è un palco, ma dei tavoli in cui gli attori si muovono. Le poltrone sulle quali di solito siede il pubblico sono sostituite da panchine e cuscini. Il dress circle è rinominato “le bianche scogliere di Dover”. 

Siamo immersi nella “Jungle” di Calais, protagonisti della storia, migranti, uomini e donne fuggiti dalla loro terra, non in cerca di un futuro migliore, ma in molti dei loro casi, semplicemente in cerca di un futuro. Settemila persone provenienti da paesi come Eritrea, Libia e Afghanistan hanno abitato a Calais. Anime perse, alla ricerca di una casa, un lavoro, un paese che li accolga. La difficoltà di procurarsi un visto per la Gran Bretagna li obbliga a rimanere bloccati in questa sorta di limbo sul territorio francese. Ma, come spesso ripetono i personaggi durante la storia, questa non è la Francia, questa è “The Jungle”.

Il racconto inizia dalla fine; vediamo l’arrivo della polizia, la discordia all’interno del campo, un ragazzo morto nel tentativo di nascondersi su uno dei camion che attraversano il tunnel della Manica. Si torna poi all’inizio; i primi migranti arrivano a Calais, si stabiliscono costruendo tendoni, arrivano dei volontari dal Regno Unito.

Attraverso la narrazione di Safi, laureato in letteratura inglese fuggito dal Libano, viviamo la vita della “Jungle”. Con il passare del tempo la comunità si organizza; nel campo c’è un ristorante (che è stato persino recensito dal Times), un teatro (ideato da Murphy e Robertson), una chiesa e una scuola. Ma la minaccia della polizia francese di evacuare i migranti incombe.

Il Palco di The Jungle
Attori sul palco in The Jungle.

La verità di The Jungle non lascia spazio a lieti fini; dopo l’attentato di Parigi del 2015 la vita nel campo è diventata un caos. Non c’è più sicurezza e la fratellanza che si era formata tra gli abitanti, sta svanendo. Per mezzo di contrabbandieri, Safi riesce a fuggire verso Leicester. Degli altri si perdono le tracce.

Nel toccante finale, Safi racconta del suo arrivo sul suolo britannico e della sua casa a Leicester. Dice che, mentre nella “Jungle” di Calais comunicava in inglese, ironicamente, ora che si trova nel Regno Unito, non ha nessuno con cui parlare. A tratti sembra quasi che la comunità della “Jungle” gli manchi. Safi non si sente ancora a casa; fino a quando non gli sarà riconosciuto l’asilo, non si sentirà una persona.

Di fronte ad un lavoro così potente rimaniamo certamente spiazzati. Non riesco a trovare un difetto a questa produzione; l’umanità e la motivazione che hanno spinto Murphy, Robertson, Daldry e Martin a realizzare The Jungle non me lo permettono.  Perché a volte il teatro si spinge oltre la tecnica e la bravura, arrivando ad essere un potente mezzo per coinvolgere le persone. I politici falliscono perché usano parole in cui non ci riconosciamo più, Murphy e Robertson trionfano perché la loro scrittura è comunicatrice.

Fino a quando storie come quella di The Jungle verranno raccontate, non saranno dimenticate e fino a quando avremo artisti come Murphy e Robertson, saremo sempre ispirati a reagire contro le brutalità che affliggono il mondo, rispondendo con quale sia il nostro mezzo: un testo teatrale, una canzone, un film o semplicemente, partecipando, riflettendo, ma mai tacendo.

Photo credit: National Theatre e Young Vic

error: