Un viaggio nel mondo di Lou Reed attraverso le riflessioni di Ezra Furman.

Chiunque nella sua vita si sia sentito fuori posto e incompreso, avrà conosciuto, più o meno verso la fine dell’adolescenza, la musica dei Velvet Underground. C’è una scena in Almost Famous di Cameron Crowe, in cui il leggendario giornalista musicale Lester Bangs (noto per il suo amore/odio nei confronti di Lou Reed) dichiara: “I am always home, I am uncool”. È proprio questa uncoolness, quel sentirsi indesiderati che ci spinge verso la musica di Lou Reed, Maureen Tucker, John Cale e Sterling Morrison.

L’ascolto di The Velvet Underground & Nico è un’esperienza che cambia la vita. Come ha dichiarato David Bowie, quei pochi che nel 1967 ascoltarono l’album, finirono per formare una band. Rapiti dalla musica dei Velvets, spaziamo da Heroin a Pale Blue Eyes fino all’album più “commerciale” (parola quasi inutilizzabile per i Velvets) Loaded. Veniamo poi a sapere che nel 1970, Lou Reed lasciò la band, rischiando di diventare un contabile per l’azienda di famiglia. Ringraziamo Bowie per aver salvato Lou da questo destino crudele; incontriamo quindi il Reed di Transformer, Berlin e Coney Island Baby. Finalmente non ci sentiamo più soli; Lou Reed, il re dei misfits, ci ha presi per mano.

È questo più o meno, quello che è successo ad Ezra Furman, autore per la collana 33⅓, di un’approfondita analisi sull’LP più famoso di Reed, Transformer. Furman, un musicista di successo con all’attivo sette album per l’etichetta Bella Union, ha scoperto la musica dei Velvets in un momento difficile della sua vita e l’influenza della band e di Reed è stata fondamentale.

Con questo saggio, Furman tenta di spiegare l’impenetrabile Lou Reed attraverso le canzoni di Transformer. I temi principali dell’album sono la duplicità e l’accettazione/rifiuto dell’omosessualità. Con l’attacco di Vicious e quel “You hit me with a flower” l’enigmaticità a cui fa riferimento Furman è immediatamente palpabile. Cosa sta cercando di dire Lou? Il suo è sarcasmo o vuole confessarci una debolezza?

Lo stesso doppio gioco è presente in Make Up che inaugura il secondo lato del disco; se inizialmente Reed sembra voler accettare l’omosessualità con le parole “We are coming out, out of our closets”, successivamente, il cantante prova una sorta di repulsione per la drag queen che sta descrivendo nel brano. Ancora, nel capolavoro Perfect Day, Reed racconta di una giornata in cui beve sangria, va forse al cinema, poi a casa. Un giorno perfetto, vissuto con la compagna di allora Bettye Kronstadt, offuscato però dallo spettro dei problemi di Reed (l’uso di droghe e l’omosessualità) che rimangono sempre in agguato.

Furman ammette che Transformer non è il disco più importante della storia e forse neanche del 1972 (anno in cui è uscito). L’album contiene capolavori come Satellite of Love e Walk on the Wild Side, ma anche canzoni meno convincenti. La fascinazione di questo LP sta nell’essere specchio di chi lo ha composto. Sono le ambiguità che caratterizzano Transformer a renderlo indimenticabile e questo album è quanto più vicini potremo mai sentirci a Reed.

Con questa coinvolgente riflessione, Ezra Furman non solo tenta di avvicinarci al mondo di Lou Reed, ma affermando la sua passione per il musicista newyorkese, confessa degli importanti aspetti della sua vita, dimostrando come portiamo sempre con noi qualcosa dei musicisti che amiamo. Se prima conoscevamo Furman come autore musicale, la lettura di questo libro ci fa sperare che esplori un altro possibile lato creativo, quello di scrittore. D’altronde anche Lou Reed voleva essere un poeta.

© Foto Martina Ciani

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