Il festival più importante d’Europa è rimandato al 2022.

Anche quest’anno Glastonbury non si farà; l’annuncio è stato dato la scorsa settimana da Micheal ed Emily Eavis, gli organizzatori del festival. C’era da immaginarselo – visti i numeri registrati dalla pandemia nel Regno Unito – ma la notizia ha comunque amareggiato un po’ tutti. Da anni, Glastonbury è una vera e propria istituzione tanto che nei giorni in cui si svolge – solitamente l’ultimo weekend di giugno – si finisce sempre per parlarne.

Questa fama, Glastonbury l’ha guadagnata con il tempo. In origine, il festival fu un piccolo evento – che si svolse alla Worthy Farm di Michael Eavis – a cui parteciparono soltanto 1.500 persone. Con il passare degli anni, Glastonbury è diventato uno dei festival più importanti al mondo; sul celebre Pyramid Stage si sono alternati i nomi più celebri del panorama musicale tra cui gli Smiths nel 1984, i Radiohead nel 1997 e David Bowie nel 2000.

Tra i tanti successi non sono comunque mancate le difficoltà; nel 2008, quando a fare da headliner ad un evento tradizionalmente rock fu chiamato Jay-Z, gli organizzatori ricevettero pesanti critiche. Il rapper regalò però una delle performance più significative della sua carriera, convincendo tutti. Dal 2008, Glastonbury registra ogni anno il tutto esaurito.

Ho avuto la fortuna di partecipare al festival nel 2010, quando la manifestazione festeggiava i suoi 40 anni. A fare da headliner c’erano Gorillaz (che sostituirono gli U2), Muse e Stevie Wonder.

Con un’amica raggiungemmo Bristol e da lì un bus ci portò verso la Worthy Farm. Dopo aver oltrepassato pittoreschi villaggi immersi nella campagna inglese, raggiungemmo una vallata interamente occupata da tende. Più tardi sarei venuta a sapere che nei giorni del festival, la Worthy Farm diventa una città temporanea con la stessa popolazione di Birmingham. L’effetto fu spiazzante.

Quell’anno poi accadde un fatto straordinario: per l’intera durata dell’evento non fu la pioggia ad accompagnare le nostre giornate, ma un sole che tutte le sere regalava tramonti da cartolina. I miei cinque giorni a Glastonbury furono un’esperienza magnifica, non soltanto per la musica, ma per il senso di libertà e speranza che permeava nell’aria.

Ed è proprio quella sensazione a mancare nelle mie giornate.

In un periodo in cui – come ha sottolineato lo scrittore Joel Gorby in un articolo apparso sul Guardian – ci troviamo a sopravvivere, piuttosto che a vivere, il ricordo di quei giorni trascorsi a Glastonbury si accende come non succedeva da tempo. E il pensiero va alle parole di Holland,1945 in cui Jeff Mangum canta: But now we must pick up every piece, of the life we used to love, just to keep ourselves at least enough to carry on.

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