Il nuovo libro di Patti Smith, Year of the Monkey, è un viaggio nell’inconscio della cantante.

Il 2016 ha sicuramente messo a dura prova Patti Smith: l’anno è stato segnato da una serie di lutti tra i suoi conoscenti, dall’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e dal raggiungimento dei 70 anni della cantante. Nel nuovo libro Year of the Monkey (il 2016 appunto) la Smith tenta di esorcizzare, attraverso la scrittura, questo travagliato periodo.

Siamo sul finire del 2015, e dopo una serie di concerti al Fillmore di San Francisco, la Smith fa visita all’amico Sandy Pearlman (noto produttore discografico e critico musicale), costretto in una stanza di ospedale, privo di conoscenza. L’esperienza scatena nella cantante un irrefrenabile impulso di esplorazione; ha inizio così un viaggio dalle risonanze Beat, che porta la Smith a Venice Beach, nel Kentucky e in Arizona.

Il viaggio intrapreso è costellato da visioni surreali, perennemente in bilico tra sogno e realtà, tanto che in alcuni momenti, il reale diventa indistinguibile dall’immaginario. La cantante è guidata dall’insegna di un motel (chiamato non a caso Dream Motel) e da un misterioso giovane di nome Ernest, ammiratore quasi ossessivo dell’opera di Roberto Bolaño.

Le incursioni nell’inconscio dentro a Year of the Monkey sono talvolta pessimiste, come quella in cui l’artista vede una spiaggia californiana coperta da rifiuti in fiamme, altre invece si aprono a risvolti positivi. Avvicinandosi alla fine del viaggio, la Smith è amareggiata a causa dall’ascesa al potere di Donald Trump. La scena onirica che segue è quasi apocalittica, ma a salvare una società ormai alla deriva giunge l’arte, che fiorisce rigogliosa dalle ceneri della disfatta.

La copertina di Year of the Monkey edito da Bloomsbury.

I personaggi del libro sono quelli che i lettori a cui è già noto l’universo della Smith conoscono dettagliatamente: il poeta Allen Ginsberg, Robert Mapplethorpe, il chitarrista Lenny Kaye e Sam Shepard, incontrato tra le pagine idealistiche di Just Kids e che qui ritroviamo nell’epilogo della sua vita, affetto da una malattia che lo spegne lentamente. La Smith è al suo fianco e lo aiuta nella stesura dell’ultimo romanzo.

I passaggi dedicati a Shepard sono tra i più alti dell’opera e se accostati a quelli in cui il drammaturgo è protagonista in Just Kids, trasmettono un senso di amarezza, non soltanto per l’inevitabile scomparsa di Shepard, ma perché espongono un’ineluttabile verità: ancora oggi non abbiamo alcun potere sul passare del tempo e di conseguenza sulla morte.

La Smith usa la scrittura come terapia curativa, un mezzo elegiaco per ricordare gli amici perduti e una via per evadere dalla cruda realtà. A differenza dei precedenti Just Kids e M Train, Year of the Monkey è un libro dalla scrittura lirica, mai prima d’ora così potente. Con le sue parole la Smith evoca visioni, che nella mente del lettore, prendono le sembianze di immagini somiglianti al cinema di David Lynch o ai disegni di William Blake. Year of the Monkey è il lavoro di un’artista all’apice della creatività, in totale controllo della sua poetica.

Concludendo questa riflessione pindarica sull’esistenza, la Smith si congeda con una frase che non lascia spazio a duplici interpretazioni: “the trouble with dreaming is that we eventually wake up”. Di fronte alla disturbante realtà tutto quello che possiamo fare – sembra dire la cantante – è continuare a vivere.

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